La 5 Liceo sportivo al Carcere di Bollate
Il 26 marzo 2026 gli studenti della 5ALSS, Liceo Scientifico sezione sportiva, dell’IIS Lagrange di Milano hanno visitato il carcere di Bollate.
Dentro il carcere di Bollate: la visita degli studenti della 5ALSS del Lagrange
Il 26 febbraio 2026 gli studenti della classe 5ALSS, liceo scientifico a indirizzo sportivo dell’IIS Lagrange di Milano, hanno visitato la casa di reclusione di Milano-Bollate. L’incontro, durato alcune ore, ha permesso agli studenti di conoscere direttamente il funzionamento della struttura e di confrontarsi con detenuti ed educatori. Dalle riflessioni raccolte emerge un’esperienza intensa, che ha messo in discussione molte idee preconcette sul carcere e sul significato della pena.
Un carcere diverso dall’immaginario comune
Per molti studenti l’impatto iniziale è stato segnato dal contrasto tra ciò che si immaginavano e ciò che hanno trovato. L’idea del carcere, spesso influenzata da film o racconti mediatici, era quella di un luogo freddo, chiuso e interamente orientato alla punizione. A Bollate, invece, la struttura appare organizzata intorno a un modello che punta soprattutto sulla rieducazione e sul reinserimento sociale.
All’interno della casa di reclusione i detenuti possono studiare, lavorare e partecipare ad attività culturali e formative. I progetti comprendono corsi scolastici e universitari, laboratori, attività teatrali, musicali e sportive, oltre al lavoro in aziende presenti nella struttura. Secondo quanto spiegato durante la visita, queste attività hanno l’obiettivo di preparare i detenuti al rientro nella società e di ridurre il rischio di recidiva.
Alcuni studenti hanno sottolineato anche aspetti concreti della vita quotidiana: i detenuti possono muoversi liberamente all’interno del proprio reparto durante la giornata e partecipare alle attività disponibili, invece di trascorrere gran parte del tempo chiusi in cella. Questo modello ha colpito molti visitatori perché mostra un approccio diverso rispetto a quello tradizionalmente associato alla detenzione.
L’incontro con i detenuti
Il momento centrale della visita è stato l’incontro in biblioteca con quattro detenuti che hanno raccontato le proprie storie. Per molti studenti è stata la parte più significativa dell’esperienza.
Le testimonianze hanno messo in luce percorsi di vita molto diversi: infanzie difficili, contesti familiari complessi, scelte impulsive o influenze negative dell’ambiente sociale. Alcuni detenuti hanno raccontato di essere cresciuti in contesti segnati dalla criminalità o da forti problemi familiari; altri hanno parlato di errori compiuti per superficialità o per incapacità di fermarsi a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni.
Dalle loro parole è emerso spesso un tema ricorrente: la difficoltà di chiedere aiuto e la tendenza a sottovalutare determinate situazioni fino a quando non sfociano in comportamenti criminali. Per diversi studenti questo è stato uno degli aspetti più importanti da comprendere, perché mostra quanto le decisioni individuali possano essere influenzate dal contesto in cui una persona cresce.
Alcuni racconti hanno suscitato particolare coinvolgimento emotivo, soprattutto quando i detenuti hanno parlato delle conseguenze dei loro reati sulle famiglie o sulla propria vita personale. Molti studenti hanno notato come dietro ogni reato ci sia una storia complessa, fatta di errori ma anche di fragilità, rimpianti e tentativi di cambiamento.
Rieducazione e responsabilità
Durante la visita è stato spiegato che il modello di Bollate si basa sul principio stabilito dall’articolo 27 della Costituzione italiana, secondo cui la pena deve avere una funzione rieducativa. L’idea è che la detenzione non debba limitarsi alla punizione, ma offrire strumenti per costruire un percorso di cambiamento.
Il lavoro e lo studio hanno un ruolo centrale in questo processo. Alcuni detenuti frequentano corsi universitari grazie alla presenza di docenti che entrano nel carcere per tenere lezioni ed esami; altri lavorano in aziende interne alla struttura o partecipano a progetti produttivi. In diversi casi si tratta di attività retribuite, che permettono ai detenuti di acquisire competenze utili per il futuro.
Gli studenti hanno anche osservato l’importanza delle figure professionali presenti nella struttura: educatori, psicologi e assistenti sociali accompagnano i detenuti nel percorso di reinserimento e nel lavoro sulla consapevolezza delle proprie responsabilità.
Superare i pregiudizi
Uno degli effetti più evidenti della visita è stato il cambiamento di prospettiva. Molti studenti hanno riconosciuto di essere entrati nel carcere con pregiudizi molto forti sulle persone detenute. L’incontro diretto con i detenuti ha permesso di vedere queste persone non solo come autori di reati, ma come individui con storie personali complesse.
Questo non significa giustificare i reati commessi. Diversi studenti hanno sottolineato che la responsabilità delle proprie azioni resta centrale e che il pentimento non può essere dato per scontato. Tuttavia, comprendere le cause che portano a determinate scelte può aiutare a riflettere sul ruolo della società, dell’educazione e delle opportunità offerte alle persone.
Un’esperienza di riflessione
Nel complesso la visita è stata descritta dagli studenti come un’esperienza forte e formativa. Entrare in un carcere, ascoltare le testimonianze dei detenuti e osservare da vicino la loro quotidianità ha portato molti di loro a interrogarsi sul significato della giustizia, della responsabilità e della possibilità di cambiare.
Le riflessioni degli studenti di 5ALSS
La visita al Carcere di Bollate è stata un’esperienza che mi ha fatto riflettere più di quanto immaginassi. Prima di entrarci avevo un’idea del carcere soprattutto come luogo di punizione; invece ho trovato una realtà molto orientata alla rieducazione e al reinserimento.
Il momento più interessante è stato il confronto con i detenuti. Ascoltare le loro storie mi ha fatto capire quanto siano complesse le situazioni personali che portano a commettere errori. Non è stato semplice, perché ti mette davanti a scelte sbagliate e a conseguenze pesanti, ma proprio per questo è stato importante e interessante.
Ho notato che a Bollate si dà molta importanza al lavoro, alla formazione e alla responsabilizzazione. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che la rieducazione non significhi cercare una giustificazione ,ma dare un senso alla pena. Se una persona esce con nuove competenze e maggiore consapevolezza, è più probabile che riesca a costruirsi un futuro diverso.
Anche se all’inizio ero un po’ scettica, la visita mi ha aiutata a capire quanto sia fondamentale puntare sul cambiamento. Un carcere che offre strumenti per migliorarsi non è solo più umano, ma è anche più utile per l’intera società.
Aurora Aizza
Trovo che l’uscita didattica al carcere di bollate sia stata un’esperienza formativa molto interessante per piu motivi.
Il primo motivo é sicuramente la sensibilizzazione ad un mondo che spesso vieni etichettato in malo modo o che comunque é sempre guardato con un occhio di riguardo in modo dispregiativo.
Il secondo motivo é il far conoscere la realtà che vivono i carcerati in prima persona,parlando direttamente con loro ho potuto capire meglio (per quanto mi è possibile) la loro situazione e percepire attraverso le loro parole e i loro racconti le emozioni che traspaiono ed é sicuramente molto piu emozionante poterli sentire parlare dal vivo che magari da un video o da un articolo di giornale.
Nella prima parte della visita che si é situata in biblioteca abbiamo avuto la fortuna di stare a stretto contatto con loro,e sentirli parlare ti fa capire che certe volte lo stereotipo del “carcerato cattivo” non é sempre vera,ma che sfortunatamente molte volte le condizioni di vita e il contesto sociale ti portano a fare scelte frenetiche e di cui puoi pentirti,e non tutti hanno la forza di affrontarle nel migliore dei modi,personalmente in alcuni punti di determinate storie mi sono anche ritrovato.
La seconda parte é stata una visita guidata da un detenuto all’interno della struttura ed è la parte che ho preferito perché mi ha sempre affascinato capire come fosse fisicamente e amministrativamente formato un carcere,e per di piu visitarlo con i detenuti che vivevano la loro quotidianità la reso anche piu “realistico”.
Mi ha anche colpito come i detenuti sottolineassero nei loro vari discorsi l’importanza delle figure degli educatori e degli psicologi all’interno del carcere,e non li dessero per niente per scontato.
É stata un uscita molto interessante ed educativa e spero venga riproposta ad altre classi negli anni successivi.
Alessio Ardenghi
Abbiamo visitato il carcere di Bollate durante un’uscita scolastica molto significativa. Appena arrivati siamo stati accolti da un detenuto che, insieme a un’educatrice, ci ha accompagnati all’interno della struttura spiegandoci come funziona la vita quotidiana nel carcere e quali attività vengono svolte dai detenuti. La parte più intensa della visita è stata l’incontro con quattro detenuti, con i quali abbiamo trascorso circa due ore. Ognuno di loro ci ha raccontato la propria storia, gli errori commessi, il percorso che li ha portati in carcere e il modo in cui stanno cercando di cambiare e ricostruire la propria vita. È stato un momento molto forte ma anche molto bello, perché le loro parole erano sincere e dirette. Non è stata una semplice lezione, ma un confronto vero che ci ha fatto riflettere molto su temi come la responsabilità, le scelte e la possibilità di cambiare. Dopo questo momento di dialogo abbiamo continuato la visita all’interno della struttura, visitando il cortile dove i detenuti trascorrono il tempo all’aria aperta e il teatro del carcere, uno spazio importante dove vengono organizzate attività culturali e spettacoli. Infine siamo stati portati nella zona industriale del carcere, dove abbiamo scoperto che molti detenuti lavorano in diverse attività, tra cui un call center e alcune aziende legate alla lavorazione dell’acciaio. Questa esperienza ci ha permesso di vedere il carcere da un punto di vista diverso da quello che spesso si immagina, più umano e reale.
Marco Ardito
L’incontro svolto al carcere di Bollate l’ho trovato molto costruttivo e toccante. In particolare, lo scambio di riflessioni e le storie di vita raccontate da alcuni detenuti mi hanno colpito
profondamente. Ho trovato molto interessante il modo in cui queste persone sono riuscite a riflettere sul loro passato e ad analizzare le vere ragioni che le hanno portate a commettere determinati reati.
Un aspetto che mi ha colpito è stato il fatto che molti di loro abbiano riconosciuto come all’origine dei loro errori ci fossero spesso situazioni familiari difficili o problematiche. Tra tutte le testimonianze, mi ha colpito soprattutto quella di un uomo di circa 38 anni, che ha raccontato come inizialmente fosse affascinato dall’idea di compiere rapine e che, la prima volta che entrò in carcere, lo considerò una vittoria. Tuttavia, dopo aver commesso un reato più grave, che ha causato un danno a un’altra persona, ha iniziato a rendersi conto della gravità delle sue azioni e ha riconosciuto l’errore commesso, mostrando probabilmente un sincero pentimento.
Nonostante questo, penso che non si potrà mai sapere con assoluta certezza se queste persone siano realmente pentite oppure no. Tuttavia, è evidente che molti di loro stanno cercando di fare un passo avanti, grazie anche ai percorsi offerti dal carcere di Bollate, che permettono ai detenuti di lavorare su se stessi. Alcuni studiano all’università, altri lavorano, fanno musica o partecipano ad attività teatrali. Questo dimostra che, nonostante gli aspetti negativi inevitabilmente presenti, esiste una volontà di rieducare le persone e non solo di punirle.
Un aspetto che mi sarebbe piaciuto approfondire maggiormente è quello relativo al trattamento delle donne detenute, poiché non abbiamo avuto l’occasione di ascoltare testimonianze femminili né di conoscere direttamente la loro esperienza.
Per concludere, il concetto più importante che mi porto da questa esperienza è l’importanza di non giudicare una persona soltanto per il reato che ha commesso, senza conoscere la sua storia e le circostanze che l’hanno portata a compiere determinate scelte.
Nicole Battocchio
Giovedì abbiamo fatto visita al carcere di Bollate. Abbiamo fatto la visita insieme ad un detenuto e questa ha reso tutto più vero e diretto (anche perché non sapevo nulla su come potevano vivere, in che condizioni potevano essere e se provavo ancora pentimento per essere lì) non solo ci ha spiegato come funziona ma ci ha mostrato come vive una persona che vive lì ogni giorno. Il momento più bello ed emozionante è stato quando abbiamo ascoltato le testimonianze di 4 detenuti nella biblioteca e si vedeva da i loro occhi che erano tutti molto emozionati e pentiti per quello che avevo fatto. Inoltre girando per il carcere il detenuto che ci ha accompagnati ci ha fatto notare che in questo carcere le persone vengono divisi in reparti e noi siamo entrati nel quarto ovvero quello delle e persone più giovani e abbiamo visto che hanno molto spazio esterno e che possono usufruirlo in qualsiasi momento e questo fa notare come questo carcere è molto diverso rispetto ad altri carceri perché a Bollate c’è molta più libertà e laboratori per essere reinseriti e qua la pena serve per rieducare il detenuta a differenza di altri carceri. A parer mio questa è stata la migliore uscita didattica perchè mi ha fatto molto riflettere sul senso della pena, che bisogna dare alle persona la possibilità di cambiare perché c’è sempre tempo per poter cambiare e che dovrebbero esistere più carceri come bollate che rieducano e che offrono progetti per i detenuti.
Mattia Colombo
Il 26/02/2026 ci siamo recati al cercere di Bollate per un'esperienza formativa relativa ai progetti di rieducazione dei detenuti all'interno. La prima impressione all'ingresso nel carcere é un contrasto tra i corridoi, dipinti di colori vivaci, e i muri esterni grigi. Ci fa capire che nonostante il carcere di Bollate sia uno dei piú moderni in Italia per quanto riguarda il trattamento dei detenuti, é comunque un centro di pena. Una volta entrati abbiamo conosciuto il nostro accompagnatore Daniele e una delle educatrici presenti nel carcere, e loro ci hanno accompagnato a sentire le storie di alcuni detenuti, che volontariamente hanno deciso di condividere le loro esperienze.
Tra i temi trattati ho trovato in comune tra i quattro detenuti l'influenza delle loro famiglie, la superficialitá, che secondo la maggior parte di loro era la ragione che lo aveva fatti finire in carcere, e l'incapacitá di chiedere aiuto. Chiedere aiuto in particolare mi é sembrato un tema su cui si sono soffermati molto e che volevano trasmetterci, credo infatti che sia un tema fondamentale e che vada affrontato anche e soprattutto nelle scuole.
Un altro aspetto che ho trovato interessante del discorso prima dell'educatrice e poi dei detenuti é l'importanza di un graduale reinserimento all'interno della societá una volta finita la pena. Il fatto di abituare i detenuti alla vita dopo il carcere non solo li aiuta a trovare lavoro e a mantenersi, ma anche a ridurre di molto la perceantuale di recidiva. Sono molti i detenuti che richiedono l'aiuto di psicologi, assistenti sociali e altri lavoratori del settore per cercare di indirizzarsi in questo processo di riabilitazione alla societá. Per fare questo molti ricorrono all'istruzione e al lavoro, infatti molti detenuti sono iscritti all'universitá, studiano e danno gli esami con professori che entrano nel carcere volontariamente per dare questa possibilitá, e molti lavorano in aziende all'interno del carcere con regolari stipendi. In conclusione ho trovato l'esperienza molto forte e altrettanto profonda.
Da un lato le storie dei detenuti mi hanno aiutato a capire meglio cosa di prova a stare all'interno di un carcere e quali sono le sensazioni dei detenuti all'interno, dall'altra ho trovato il giro delle celle e dei reparti forse un po' irrispettoso rispetto alle persone che abbiamo incontrato, considerando che quello é un ambiente che dovrebbe rimanere secondo me privato. É cambiata anche la mia percezione delle persone all'interno della struttura dopo quest'esperienza, attraverso una visione diretta si abbattono pregiudizi e si da piú importanza a rieducare rispetto che a punire, come dovrebbe essere secondo la nostra costituzione.
Nicolò Cunati
L'uscita al carcere di Bollate l'ho trovata particolarmente bella e interessante.
E' stato bello sia inizialmente seguire la storia della figura dell'educatore all'interno del carcere fino ad ora sia sentire le storie di alcune persone che erano in carcere, che oltretutto per me è stata anche la parte più bella.
è stato bello vedere com'è diviso al suo interno il carcere e guardare le diverse aree.
mi ha sorpreso molto vedere la parte del lavoro e il ruolo che ha per i carcerati.
un'altra cosa che mi ha incuriosito sono i vari gruppi formati dai carcerati per le loro attività e anche la presenza del teatro e così tante aree esterne.
Manuel D’Andrea
La visita al carcere di bollate del 26/02 è stata un’esperienza formativa e interessante, un’opportunità per entrare in contatto con una realtà diversa da quella che viviamo tutti i giorni.
È stata un’uscita interessante fin dall’inizio, quando il detenuto Daniele e l’educatrice ci hanno presentato alcune caratteristiche generali del carcere e delle attività svolte al suo interno.
La sensazione che ho provato una volta entrato nel carcere, non riesco a identificarla facilmente. Un insieme di tristezza, vuoto e curiosità nei confronti del luogo e delle persone al suo interno.
L’ascolto delle testimonianze di alcuni detenuti è stato il momento più toccante e interessante.
Ho avuto l’impressione che nonostante ognuno di loro avesse commesso reati, alcuni di loro anche in modo recidivo, riconoscessero nel carcere di bollate un’opportunità per ripartire e per migliorarsi.
Il tema forse più ricorrente è stato quello della superficialità. Alcuni dei detenuti hanno infatti sottolineato che a volte agire in modo superficiale o sottovalutare determinate situazioni può sfociare nel commettere un reato.
Tommaso Fassera
Il 26/02/2026 ci siamo recati alla casa di pena di Milano-Bollate per una visita interna della struttura, oltre che per conoscere storie di reclusi e le attività che il carcere propone per favorirne il rientro in società. Già da quando si varca il primo confine del muro esterno si viene travolti da un senso di angoscia e malinconia che persiste per le successive 4 ore dell’esperienza. Una volta entrati in contatto con questo mondo estremamente differente rispetto a quello a cui si è abituati, un senso di dispersione accresce nello stomaco trasmettendo sensazioni forti e talvolta mai sperimentate prima e difficili da capire.
Come è stato detto anche dall’accompagnatore Daniele, un detenuto, persino gli uomini che si sono macchiati di crimini orrorifici una volta entrati in galera lasciano cadere la propria maschera, la quale li rendeva potenti all’esterno, facendo trasparire unicamente il loro essere se stessi. Ed è esattamente la stessa cosa che si prova da visitatori.
Il momento del confronto con alcuni detenuti è delicato quanto travolgente. Sentendo le quattro storie propinate da Zio Vito (così soprannominato dai compagni), Giuseppe, Dino ed Emanuele detto “Lele”, si riesce a constatare come le famiglie di costoro siano state molto presenti sia in vesti positive sia in vesti negative: c’è chi è nato all’interno di alcune famiglie con un destino ultimo già definito, c’è chi è riuscito a distaccarcisi cercando di vivere una vita tranquilla e normale ricadendo poi per superficialità nel reato, c’è chi a è riuscito a trovare la forza di cambiare attraverso il legame familiare. Il ruolo che ricopre la famiglia per queste persone è dunque il co-protagonista che, a seconda della storia nella quale viene inserito, assume un significato differente ma centrale, rendendo ogni racconto di vita vissuta diverso.
Questo è il miglior esempio che ci permette di identificare questi detenuti non come tali, ma come persone, riconoscendone debolezze, fragilità, carattere e modo di essere. Come già accennato nell’introduzione, il carcere di Milano-Bollate offre numerose possibilità per reinserirsi al meglio in società una volta scontata la pena, tra queste troviamo numerosi corsi rieducativi con entità esterne di supporto, come assistenti sociali, psicologi, educatori che aiutano il detenuto durante il suo percorso di riabilitazione; professori volontari, che si offrono di aiutare i carcerati a proseguire un percorso di studi per conseguire diplomi e lauree utili in modo da trovare un impiego stabile una volta liberi; aziende, felici di collaborare considerando i detenuti come dipendenti a tutti gli effetti, stipendiandoli in modo da aiutare le loro famiglie fuori dal carcere e garantendogli giorni di ferie e malattia e versamento contributi.
Dopo aver parlato in maniera oggettiva di questa esperienza ritengo doveroso dare opinioni soggettive in merito. Sono grato alla scuola che ci ha fornito la possibilità di addentrarci in questo mondo spesso raccontato in maniera non conforme alla realtà, come nelle pellicole cinematografiche dove tutto è portato all’estremo. Il fatto di aver passato ben 4 ore in un centro di reclusione penitenziaria ha smosso in me sensazioni mai provate prima, come già spiegato in precedenza, creando un cocktail di adrenalina, angoscia, sorpresa, stupore, tristezza ed incredulità man mano che mi addentravo nella prigione. Oltre a questo ritengo che le testimonianze di chi si trova confinato dentro abbiano assunto un significato ancora più profondo una volta elaborato il tutto, facendomi riflettere e abbattendo numerosi pregiudizi che non nascondo avessi prima di giovedì.
Tommaso Garavaglia
La visita al Carcere di Bollate è stata un’esperienza che non dimenticherò facilmente. Prima di entrare avevo tante aspettative, ma anche molti pregiudizi: l’idea del carcere che avevo in testa era fredda, distante, quasi irreale. Invece, una volta varcata quella soglia, mi sono resa conto di quanto la realtà sia molto più complessa e umana di quanto immaginassi. Ciò che mi ha colpita di più è stato il clima che si respirava: non solo un luogo di punizione, ma anche uno spazio in cui si prova a ricostruire, a dare una seconda possibilità. Ascoltare le storie dei detenuti è stato davvero commovente. Dietro ogni reato c’è una persona, con un passato spesso difficile, fatto di scelte sbagliate ma anche di mancanze, solitudine e fragilità. Sentire raccontare i loro percorsi di cambiamento mi ha fatto riflettere su quanto sia facile giudicare dall’esterno senza conoscere davvero. Ho trovato l’esperienza estremamente educativa perché mi ha costretta a guardare la realtà da un punto di vista diverso dal mio. Ho capito che il carcere non dovrebbe essere solo un luogo dove “si paga” per ciò che si è fatto, ma anche uno spazio dove si impara a diventare persone migliori. A Bollate questo concetto sembra davvero messo in pratica: il lavoro, lo studio e i progetti di reinserimento danno un senso al tempo trascorso lì dentro e restituiscono dignità alle persone. Dal punto di vista emotivo, non è stata una visita facile. Alcuni racconti mi hanno fatto venire i brividi e, in certi momenti, ho provato un nodo alla gola. Però credo che sia proprio questo il valore dell’esperienza: uscire con più domande di quante risposte si avessero entrando.
Giada Ghezzi
Le mie impressioni, pensieri e considerazioni dopo la visita al carcere di Bollate sono stati profondi e complessi. L'esperienza ha scosso le mie preconcenzi e mi ha offerto una prospettiva più umana e sfaccettata sulla realtà carceraria.
Il carcere di Bollate si distingue per il suo approccio riabilitativo, che mira a reinserire i detenuti nella società attraverso il lavoro, la formazione e il sostegno psicologico. Ho potuto constatare di persona come questo modello possa portare a risultati concreti, riducendo la recidiva e offrendo ai detenuti una seconda possibilità. L'ambiente, pur essendo un carcere, era sorprendentemente sereno e orientato alla crescita personale.
La visita mi ha portato a riflettere sul concetto di giustizia e sulla sua applicazione. È giusto punire chi ha commesso un reato, ma è altrettanto importante offrire loro la possibilità di redimersi e di diventare membri produttivi della società. Il carcere di Bollate dimostra che la riabilitazione è possibile e che investire in essa è un beneficio per tutti. La lezione teorica e le discussioni in aula precedente la visita al carcere, mi hanno fornito gli strumenti per comprendere la complessità del sistema carcerario e per affrontare la visita con una mentalità aperta e critica. La visita mi ha anche spinto a interrogarmi sui miei pregiudizi e a sviluppare una maggiore empatia verso le persone che si trovano in difficoltà.
Il momento più toccante è stato l’incontro con dei detenuti, nel quale ci hanno raccontato la loro storia.
La profondità dei discorsi dei detenuti è stata commovente e ha messo in luce la loro umanità, le loro sofferenze e la speranza di redenzione. L'esperienza di ascoltare le storie dei quattro detenuti è stata estremamente toccante perché ha permesso di superare le barriere e gli stereotipi associati alla detenzione. Le loro parole hanno rivelato non solo gli errori commessi, ma soprattutto le complessità delle loro vite, le circostanze che li hanno portati al carcere, i rimpianti e, soprattutto, il desiderio di riscatto. Hanno parlato con una sincerità disarmante delle loro famiglie, delle perdite subite, delle speranze infrante e della difficile prospettiva di un futuro diverso. Questa vulnerabilità, unita alla consapevolezza delle proprie responsabilità, ha creato un profondo legame empatico, dimostrando che dietro ogni reato ci sono persone con storie, emozioni e desideri complessi, proprio come chiunque altro.
Greta Incannova
La visita al carcere di Bollate è stata diversa da come me la immaginavo. Non sembrava il classico carcere visto nei film: l’ambiente era più ordinato e meno opprimente. Ci hanno spiegato che questa struttura è molto orientata alla rieducazione e al reinserimento nella società, più che alla sola punizione. Anche il tasso di recidività è più basso rispetto ai carceri tradizionali, e questo mi ha fatto riflettere sul fatto che forse dare una seconda possibilità può funzionare.
All’inizio alcune spiegazioni mi hanno annoiato, ma la parte più significativa è stata quando quattro detenuti hanno raccontato la loro storia. In particolare mi ha colpito quella di un ragazzo di 26 anni, perché essendo non molto più grande di me mi sono sentito più vicino alla sua situazione rispetto agli altri detenuti più adulti.
Ha raccontato di un’infanzia difficile, di problemi familiari e di scelte sbagliate che lo hanno portato prima a spacciare e poi in carcere dopo aver aggredito la sua fidanzata durante un litigio. Non giustifico quello che ha fatto, però mi ha fatto pensare al fatto che dietro un errore grave c’è spesso una storia complessa.
Questa visita mi ha fatto capire che in carcere non ci sono solo “criminali”, ma persone con un passato difficile e con la possibilità, forse, di cambiare.
Valerio Lombardi
La casa di reclusione di bollate non è come spesso ci immaginiamo la prigione, anche se resta un luogo dove si sconta una pena è un esempio positivo di carcere, uno che possa aiutate davvero le persone a cambiare.
L'idea è quella che la pena non sia solo una punizione ma una possibilità di crescita personale, di miglioramento per se stessi e per la società.
permette ai detenuti di sentirsi utili e acquisire nuove competenze, non solo per passare il tempo ma per aiutarli a costruirsi un futuro diverso, hanno la possibilità di studiare e lavorare (sia all'interno che all'esterno della struttura).
Appena entrati si percepisce un clima molto più collaborativo e responsabile, si sente la fiducia nei confronti degli altri, rispetto ad un carcere tradizionale; hanno un diverso valore delle regole e del rispetto.
Quando abbiamo parlato direttamente con i detenuti non parlavamo solo con dei criminali ma con delle persone, dietro ognuno di loro c'è una storia, chi viene da contesti difficili e vive questa vita fin da giovane e chi ha fatto scelte sbagliate più avanti nella vita, ma tutti avevano un desiderio di cambiare le cose, alcuni erano consapevoli di aver sbagliato e desiderano riavere ciò che prima davano per scontato.
Fortunatamente ci sono carceri che lasciano la dignità a una persona quando viene condannata e quello di Bollate e uno di questi.
Lisa Passoni
Innanzitutto il carcere di Bollate è un istituto detentivo che si differenzia dagli altri per il suo modello innovativo che è orientato alla rieducazione e al reinserimento dei detenuti.
A differenza di altre carceri, Bollate si differenzia perché punta sul lavoro e su attività culturali, per esempio i detenuti partecipano a laboratori, corsi di studio e lavorare appunto sia all’interno che all’esterno.
In poche parole l’idea su cui si basa questo carcere non è solo la punizione ma offrire gli strumenti e le possibilità per crearsi un futuro una volta scontata la pena.
Siamo stati accolti all’interno della struttura da una dottoressa e da un educatore che è anche un detenuto, ci hanno spiegato sostanzialmente come funziona la vita all’interno e cosa si fa, l’educatore ci tiene a riferire che i detenuti sono liberi di circolare nel proprio reparto e che non sono chiusi in una cella 21 ore su 24, anzi le celle si aprono alle ore 6:30 e chiudono alle 9:30.
Dopo aver fatto un introduzione riguardo al carcere ci hanno portato nella biblioteca per andare ad ascoltare le parole di alcuni carcerati che raccontavano della loro vita e del motivo per cui sono finiti in carcere.
Questo momento è durato circa 2 ore e per me è stato una delle esperienze migliori della visita, ascoltare le parole di quei detenuti e sentire dalla loro voce i loro stati d’animo e tutte le difficoltà che hanno dovuto affrontare è stato davvero profondo e cercavo per ogni storia di mettermi nei loro panni e tra il la storia che mi ha colpito di più è quella di Giuseppe, sicuramente una vita con molti sbagli ma da come parlava si capiva che era pentito e che soffriva per quello che ha passato e che ha fatto passare alla sua famiglia e quando parlava dei figli mi ha fatto molto piacere perché si vuole impegnare per essere un padre migliore per loro.
Dopo questo incontro l’educatore ci ha fatto fare un giro dei vari reparti e nel mentre che giravamo per i corridoi, ci passavano affianco i detenuti, in maniera del tutto naturale salutavano mostrando cortesia e tranquillità.
Una cosa che mi è piaciuta molto è quando abbiamo visitato l’area riservata allo svago dei detenuti dove ho potuto osservare alcuni di loro farsi camminate o allenarsi.
Per concludere questa esperienza abbiamo fatto un mini tour nei reparti in cui i carcerati lavorano ed è stato sicuramente molto interessante vedere come si danno da fare cercando di trovare comunque un qualcosa che li tenga impegnati e che dà loro uno scopo, abbiamo avuto per esempio modo di parlare con Bossetti, e se devo essere sincero mi ha fatto uno strano effetto sentirlo parlare e spiegarci quello che fa nel suo lavoro ma in maniera positiva.
Concludo dicendo che per me è stata un’esperienza unica e sicuramente formativa, è importante mostrare secondo me questo tipo di ambiente per capire cosa si prova ed è stato molto curioso vedere come attraverso i giusti metodi è possibile cambiare.
Daniele Pellegrino
La visita al carcere di Bollate è stata secondo me molto interessante e forte dal punto di vista emotivo.
Sono rimasto sorpreso da come appariva l’interno del carcere: i disegni sui muri e le persone che si muovevano liberamente lo facevano sembrare quasi una scuola più che un carcere. Questo perché Bollate è un istituto che punta molto sulla rieducazione dei detenuti e non solo sulla punizione come il resto dei carceri in Italia.
Mi è sembrato infatti che la condizione dei carcerati nelle strutture che vengono offerte, come la casa discografica e l’azienda bee.4 sia molto migliore rispetto alla classica percezione che si ha della vita in carcere, aiutando pure il futuro reinserimento nella società di queste persone, oltre che dando l'opportunità ad essi di fare qualcosa mentre scontano la pena rispetto a stare in cella venti ore al giorno.
L’incontro che abbiamo fatto in biblioteca, in cui queste quattro persone hanno parlato delle loro storie è stato ciò che per me ricorderò di più di questa uscita. Specialmente due racconti mi hanno colpito molto: il secondo ragazzo, per via delle emozioni che faceva trasparire dalle sue parole e facendo capire sinceramente, forse l’unico, di pentirsi di ciò che ha fatto assumendosi tutte le colpe. Ma anche il quarto racconto è stato emozionante, per il fatto che comunque era un ragazzo di età simile alla nostra oltre che la sua vita prima del reato era un qualcosa che puoi sentire anche nella tua vita personale o in quella di tuoi amici, segnata magari dalla solitudine o la separazione dei genitori, che ovviamente ti portano a una fase di depressione.
In conclusione penso che siano riusciti molto bene, i nostri due accompagnatori, a descrivere come è la vita al carcere di Bollate, e come funziona l’istruzione e le attività all’interno di esso, anche se hanno mostrato soltanto una parte della struttura formata dalle persone che aderiscono alle attività degli educatori, oltre a ignorare la parte femminile del carcere che poteva essere interessante per avere una visione più completa della vita carceraria.
Nedo Radice
Ho trovato davvero molto interessante l’incontro al carcere.
Lo scopo primario del carcere di Bollate è quello di rieducare e questo metodo, stando alle statistiche a noi riportate, è molto valido e ci ha permesso di osservare l’ambiente “libero” del carcere.
Il carcere offre molte occasioni, tra cui il lavoro, la scuola, la musica e tant’altro, che permettono al detenuto di cimentarsi in qualcosa da fare al posto di stare h24 in cella.
Il momento che ho preferito di più è stato l’incontro con i quattro detenuti che hanno raccontato le loro storie. Sentendo queste storie abbiamo avuto modo di capire cosa ha portato questi detenuti a compiere ciò che avevano fatto, ovviamente non giustificandoli, e facendo emergere le loro emozioni, che hanno trasmesso anche a me, anche se in realtà, penso che solo il secondo detenuto si sia veramente pentito.
Una cosa che mi ha davvero impattato sono state tutte le finestre, piene di sbarre e l’aspetto del carcere, molto simile a quello di una scuola: pulito e genuino.
Anna Rechichi
La visita al Carcere di Bollate è stata una delle esperienze più interessanti e istruttive che abbia fatto finora. È stata soprattutto molto formativa grazie al confronto diretto con i detenuti e all’ascolto delle loro storie, tutte diverse e significative.
All’inizio ero un po’ scettico, influenzato dai pregiudizi sul carcere e sulle persone che vi si trovano. Me lo immaginavo come nei film: un luogo freddo,cupo e unicolore. In realtà, ho scoperto una struttura diversa da come pensavo, piena di spazi,colori e notando una sorta di amicizia ed educazione (ci salutavano e si salutavano tra di loro); in spazi come il teatro o nelle aree di lavoro non sembrava nemmeno di essere in una prigione.
Questa visita mi ha fatto cambiare idea su molte cose e mi ha fatto riflettere molto. È stata un’esperienza molto positiva e interessante, che mi ha lasciato qualcosa di importante dentro. Secondo me dovrebbe essere un’esperienza da far vivere non solo ai giovani, ma anche agli adulti, perché aiuta a capire meglio questa realtà, anche se capisco che si tratta comunque di un luogo particolare e delicato.
Iacopo Rovelli
Entri con un bagaglio pieno di qualcosa ma esci avendolo svuotato e poi riempito nuovamente…
La mia idea di carcere è sempre stata simile a ciò che si vede nei film o nei documentari, ma non avevo idea che esistesse anche questo genere (che comunque è quello che più segue la legge ovvero “rieduca” e non “punisce”).
Sembrava quasi di camminare nei corridoi di una scuola, tante persone che camminavano, voci che si sentivano, muri pieni di disegni colorati e di scritte, insomma non ciò che ti aspetti entrando in un carcere, anche se posso immaginare che nei piani superiori ci siano corridoi pieni di celle…
Sono rimasta colpita dalle storie che abbiamo avuto il piacere di ascoltare, 4 uomini completamente diversi dai quali non ti aspettavi di sentire ciò che hanno raccontato e per cui gli occhi con cui li ho guardati dopo di ciò non erano gli stessi dell’inizio.
La vita ti mette alla prova e a volte il tuo destino è già scritto ma giorno dopo giorno non trovi mai una risposta, guardi sempre all’esterno, a chi ti ha cresciuto e a come lo ha fatto, senza mai soffermarti su di te, su ciò che sei diventato e su ciò che sei stato in grado di fare.
Mi sono soffermata tanto sulla determinazione dei professionisti che lavorano nelle carceri (psicologi, criminologi, etc…) perché credono fermamente che tutti possano giungere a una risposta, ma secondo la mia visione determinate persone hanno delle indoli che non possono essere spiegate, come chi è in grado di ferire qualcuno o addirittura di commettere un omicidio.
È un’esperienza che mi porterò per sempre dentro e che mi ha fatta riflettere molto su una realtà a me abbastanza sconosciuta ma che in realtà è pari pari alla vita di chiunque in questo mondo.
Isabella Ruspi
Ho trovato molto interessante l’uscita al Carcere di Bollate.
È stata un’esperienza utile per farci riflettere e comprendere diversi aspetti legati alla funzione del carcere, ma anche alle persone che vi si trovano dentro, spesso giudicate e pregiudicate dall’esterno.
Non sempre, infatti,si riesce a vederle come persone, ma semplicemente come il reato che hanno commesso. Penso che questa sia la cosa più sbagliata che si possa fare, perché non porta a un miglioramento né della società né della persona stessa.
La parte più interessante è stata ascoltare le storie di vita dei detenuti, tutte molto diverse tra loro,mi ha fatto ragionare molto sul quanto le situazioni familiari, l’ambiente in cui si nasce e il contesto sociale possano influire profondamente sulla vita di una persona. Credo che nessuno nasca “cattivo”ma molto spesso vivendo in determinate situazioni, ci si adatta a ciò che si ha intorno o si pensa che quello sia l’unico modo per sopravvivere, finendo così per compiere scelte sbagliate e, in alcuni casi, reati.
Penso inoltre che nessuno dovrebbe giudicare o trattare queste persone in modo diverso, perché ognuno di noi, in circostanze differenti potrebbe trovarsi nella stessa situazione. Questo non significa giustificare i reati commessi, ma cercare di comprendere le cause e ciò che c’è dietro,perché penso sia l’unico modo in cui possano essere aiutati.
Un aspetto che mi ha colpito molto è il fatto che il carcere possa davvero diventare un luogo di cambiamento. Quando vengono offerte opportunità di studio, lavoro e soprattutto responsabilizzazione, la pena assume un significato rieducativo e non solo punitivo. In questo modo, il detenuto non viene escluso definitivamente dalla società, ma preparato a rientrarci in modo più consapevole.
Credo che il Carcere di Bollate rappresenti un ottimo esempio di come la pena possa avere un obiettivo rieducativo reale, basato sulla fiducia,che è una delle cose che mi ha colpito di più e sulla responsabilità. Penso che ogni carcere dovrebbe ispirarsi a questo modello, perché solo offrendo possibilità di cambiamento si può sperare in una società migliore e più giusta.
Matilde Savoldi
La visita al Carcere di Bollate è stata un’esperienza molto forte, che mi ha lasciato riflessioni contrastanti.
All’inizio ci hanno spiegato la struttura del carcere e le sue regole, illustrandoci come funziona l’organizzazione dei reparti e quali opportunità vengono offerte ai detenuti. Ci hanno parlato dell’importanza del lavoro, dello studio e delle attività come il teatro e l’area industriale, strumenti fondamentali per il reinserimento sociale, in linea con quanto previsto dall’Costituzione della Repubblica Italiana, in particolare dall’articolo 27, che attribuisce alla pena una funzione rieducativa.
Successivamente siamo andati in biblioteca, dove quattro detenuti hanno raccontato le loro storie. È stato il momento più intenso. Ognuno ha spiegato il proprio percorso e le circostanze che lo hanno portato in carcere: chi proveniva da un contesto familiare mafioso, chi ha vissuto tra rapine e droga, chi si è trovato intrappolato in situazioni familiari complicate, chi ha reagito con violenza a una lite di coppia.
Ciò che mi ha colpito, però, è stato il modo in cui raccontavano i fatti. Quasi tutti tendevano in qualche modo a giustificarsi, attribuendo parte della colpa alle situazioni vissute, alle provocazioni ricevute o all’ambiente in cui erano cresciuti. Mi è sembrato che cercassero di spiegare più che di assumersi completamente la responsabilità delle loro azioni. L’unico che mi è apparso sinceramente pentito è stato il secondo detenuto: parlava dei suoi errori senza cercare scuse, soprattutto quando raccontava di non aver potuto vedere crescere i suoi figli. In lui ho percepito un dolore autentico e la consapevolezza di aver rovinato non solo la propria vita, ma anche quella delle persone che gli stavano accanto.
Dopo l’incontro abbiamo visitato i reparti dall’esterno e siamo entrati nel quarto reparto dei giovani adulti. Vedere quegli spazi come la stanza della musica, le palestre, i campi sportivi mi ha fatto riflettere su quanto il carcere di Bollate cerchi di offrire opportunità concrete di cambiamento. Abbiamo visto anche il teatro, l’area industriale e ci hanno parlato del ristorante “in galera”, gestito dai detenuti, che rappresenta un esempio di reinserimento e fiducia.
Non abbiamo visitato l’area femminile, ma ci è stata definita come un “carcere nel carcere” perciò è una realtà ancora più dura, segnata da solitudine e mancanza di sostegno familiare.
Personalmente, questa esperienza mi ha fatto capire quanto sia complesso il tema della colpa e della responsabilità. Da un lato ho compreso che dietro ogni reato ci sono storie difficili; dall’altro ho capito quanto sia importante riconoscere pienamente i propri errori per poter cambiare davvero. Il pentimento sincero che ho percepito nel secondo detenuto mi ha fatto riflettere su cosa significhi assumersi davvero le proprie responsabilità e quanto questo sia il primo passo verso una possibile rinascita.
Beatrice Spada




